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22 Dic

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20 Dic

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Il rugby comincia da un bravo educatore – Il Gazzettino

14 Dic

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Di Alessandro Viola

Un All Black quando parla delle cose fondamentali della sua formazione spesso racconta di esperienze legate all’infanzia. Mi colpirono le frasi di Zinzan Brooke che attribuiva alla mamma, dirigente della squadra scolastica, il sacro imprinting al suo stile di gioco.

«Prima delle partite ci riuniva – raccontava Brooke – e ci diceva semplicemente: andate in campo e divertitevi. Aggiungeva un altro messaggio: siate gentili quando perdete. Sono insegnamenti che porto sempre con me. Ho imparato da piccolo ad esprimermi con libertà ed istinto». Un mondo felice vissuto senza assurde pressioni sportive, come sarebbe normale per la maturazione di un bambino. Degli All Blacks a Brooke non importava un fico. Il suo sogno fino a 14 anni è stato un altro: vincere il campionato di tosatura dei montoni. Passava i pomeriggi tra lana e pecore nella fattoria di famiglia: pare che sia arrivato a tosarne 300 in un giorno. Solo tra i 15 e i 16 anni ha cominciato a prendere in seria considerazione il rugby. Viene da pensare al nostro mini rugby e ai settori giovanili. Ai troppi allenatori sergenti di ferro, convinti di dover inculcare ai ragazzini la rigida disciplina il comandamento della vittoria. Alle società che si vantavano, e purtroppo in certi casi ancora lo fanno, di aver conquistato questo o quel torneo. Mentre dovrebbero essere fiere solo del numero dei praticanti e della loro buona educazione. Penso a quei ragazzini che hanno abbandonato troppo presto, a quei giocatori che lo hanno fatto più tardi, nel pieno della loro carriera, perchè precocemente logorati dall’agonismo. Ai tanti campioncini di tutte le categorie inferiori che poi hanno scoperto la loro modestia tecnica all’approdo nella massima serie. Se hai uno o due tipi di 10 anni dal fisico oltre la norma può essere più facile vincere i tornei. Gli si dà la palla e tutta la responsabilità. E lui va dritto. È dura fermarlo, butta giù tutti. Magari la sua squadra vince la coppa, ma i compagni non si divertono. E il bimbo-cannone non impara a giocare, a passare, a vedere il gioco. Si prosegue all’età in cui si comincia a calciare e a piazzare: sul gioco al piede si possono costruire titoli italiani. Ma se si fa solo quello non si apprende il resto. La specializzazione precoce di ruoli e funzioni nuoce al rugbista. Da bambini è giusto sbagliare. Imparare a perdere è un grande insegnamento. Ci si diverte e si apprende a stare in gruppo. Si fa la scuola di vita. La selezione verrà più tardi: chi diventerà un buon giocatore, chi allenatore o dirigente. Meglio ancora un genitore consapevole o un cittadino migliore. Molto è cambiato oggi nei vivai italiani. C’è della qualità. La federazione ha indirizzi chiari e bravi formatori. Ma è nell’applicazione dei programmi che ci sono ancora buchi. Mi è capitato di ascoltare il discorso di un allenatore prima di una partita tra under 11 a un concentramento del Civ: una raffica di minacce contro chi avesse sbagliato un placcaggio e non avesse corso abbastanza. Puntualmente alla fine del primo tempo, in preda all’ira, ne ha cacciati dal campo due. Tutto il gioco della sua squadra consisteva nel dare la palla al più grosso. Il ragazzo era triste. Gli avversari invece si divertivano cercando di metterlo giù. Specie i piccoletti. Ho pensato che non diventeremo mai gli All Blacks. Però si potrebbe rendere un po’ più seria la formazione degli animatori educatori: per gli under 9 è limitata a una mezza giornata di corso mentre ne bastano due (12 ore) per l’under 13. Forse si dovrebbe pensare a un percorso più lungo, a dei tutor, a degli esami. E, perchè no, a ripensare le formule stesse dei tornei.